sabato 14 dicembre 2013

Anonimato

Storto, sfasciato
L’uomo che ha sbagliato
Se ne va solo
Su marciapiedi sbagliati
Lungo strade sbagliate
Guarda
Ad ogni passo sbagliato
Attraverso i vetri
Il suo riflesso
Giusto
E riprende a camminare
Sbieco
Scaleno
Disallineato
Vede camerieri sbagliati
Portare ordinazioni sbagliate
A clienti sbagliati
Ad ogni passo conta
Un fallimento scontato
Ma sbaglia a contare
E ricomincia
Sente risate sbagliate
Di ragazze sbagliate
Coi denti sbagliati
Poi soffre
Per le cose sbagliate
Per i discorsi perduti
Per le note stonate
Gli amori non amati
I pezzi di sbaglio
Gli tagliano il cuore
In tanti pezzi
Sbagliati
Una musica di una orchestra
Sale da una via là vicino
Guarda i semafori rossi
I sensi vietati
Vorrebbe raddrizzare le stelle
Metterle in file ordinate
L’uomo sbagliato si piega
Aspira un po’ di fumo sbagliato
Beve un altro sorso
Di un cocktail sbagliato
Passano persone
Passano cose
La musica finisce
Davanti a una macchina
In sosta vietata
L’uomo sbagliato pensa
Il mondo non dovrebbe girare così
I bambini giocano
Ai giochi che ha scordato
Secondo regole inventate
Che lui non sa più inventare
Giusto
Sbagliato
Vicino
Lontano
Fuori
Dentro
Mi interessa
Non mi interessa
Star male
Guarda un presepe in un portone
Manca il bue
Ci hanno messo un cane
Il cane guarda l’uomo
E gli dice
Credimi è pur sempre in lavoro
L’uomo guarda il cane e gli esce
Il solito sorriso forzato
Aspira ancora del fumo
Ha freddo alla mano sinistra
Passano due distinti signori
Vestiti di nero
Parlano di maleducazione
Di intelligenza
Di cose da distinti signori
Con i cappotti neri
Tempo di foglie gialle
Tempo di parcheggiatori annoiati
Tempo di far finta di niente
Di attraversare la strada
Escono gli spettatori
Da un piccolo teatro
Lo spettacolo è stato banale
Lo spettacolo è sempre banale
L’uomo spera di sbagliarsi
Mentre sale le scale
L’uomo spera ancora di sbagliarsi
Mentre scrive in perfetto italiano
Non volevo far male
Se ho sbagliato
Scusate

domenica 1 dicembre 2013

Il muro rosa

Da bambino il mio letto era appoggiato ad un muro rosa. Era un bel muro, di un colore allegro. Era l’epoca in cui le persone coloravano i muri di casa con i colori che piacevano loro, e non solo con il bianco. Il muro rosa era la direzione in cui mi volgevo nei momenti tristi. Era la superficie che avrei voluto attraversare per raggiungere quello che mi mancava. Quel muro è stato madre per tante lacrime solitarie, fratello, confessore, giudice, avvocato. Non si è mai lasciato oltrepassare, non mi ha mai fatto arrivare ai miei sogni, non ha mai fatto passare i miei incubi. Mi ha protetto e mi ha isolato. Quando mi giravo e vedevo quel muro rosa, irregolare, complicato, lo studiavo anche per ore. E lui studiava me. A volte appoggiavo la mano sulla sua superficie fredda, e immaginavo che un giorno sarei scomparso in quelle crepe, in quel mondo di irregolarità e confusione apparente. Ma non è mai successo. Un giorno mi sono alzato da quel letto, sono andato via, lontano da quella stanza, da quella casa, da quel paese. Tutto è svanito, case, persone, tempi, anche io non sono più lo stesso. Ma il muro rosa è rimasto lì, dentro di me, sempre uguale, sempre indifferente, sempre partecipe, sempre complicato, sempre freddo, sempre pronto a vedermi voltare verso di lui con gli occhi pieni di lacrime.

sabato 19 ottobre 2013

Ü Pitoccu

C'era dalle mie parti, nell'anfiteatro delle cascine che danno sulla valletta di S. Pietro, un uomo che ben ricordo. Gli occhi un po' sporgenti, l'aria da michelaccio e l'andatura stortata dalla gotta, egli era sempre intorno alle tavole imbandite di questa o di quella famiglia.

Lo trovavi nei pomeriggi luglienghi a prender l'ombra dei pergolati d'uva fragola, con un bastone di canna appoggiato alla paglia della sedia e un cane esanime e diseredato steso ai suoi piedi, a pontificare sui malanni che le Strìe portano nelle notti ventose, a dissertare sulla stagione degli ulivi, a dar consigli su tutto, ora prete, ora dottore, gaudente, pioniere, agrimensore. 

Lui, che non aveva mai visto nulla oltre il villaggio, ch'era pieno di malanni e di vino, che non aveva quasi mai lavorato. Lo chiamavano "Ü Pitoccu", un peso, una compagnia, un lazzo, un modo di sentirsi migliori, un contastorie, un uomo di pezza, uno spaventaggio. Fantino convinto, mai prese moglie, ufficialmente per non incorrere nei ceppi della famiglia, in realtà perché era visto come uomo di scarso affidamento.

Gentile, d'una certa eleganza contadina, cortese fino a slanci di galanteria, era visto come una banderuola sul tetto, che gira e fischia dietro al vento, e non gli si para davanti a palvese, come l'uomo avrebbe da fare per il suo focolare. Le donne gli facevan risolini, davanti e dietro, ma niente di più. Restò in casa con un fratello tutta la vita, e poi sparì, dimenticato, dai deschi e dalle aie, personaggio di un tempo di pomeriggi assolati e bicchieri di un vinetto amaro, di formiche sconsolate a vagare sui sassi, di gatti sui tralci del glicine e solitudini antichissime, piantate al centro alla vita della gente come lo stollo intorno a cui si raduna il pagliaio dei giorni che tutti noi si porta addosso.

lunedì 14 ottobre 2013

Santa Giulia e le sante barbute

E' una santa strana e controversa, Giulia. Di lei non si sa niente di certo, le leggende inseguono le leggende, gli storici religiosi sono in polemica da sempre. Certo, quel corpo di donna inchiodato alla croce fa un certo effetto, sembra quasi una provocazione post-moderna.




E invece è tutto in seno a Santa Madre Chiesa: una donna che visse la Passio Christi, compresi i passi della flagellazione, la crocifissione, l'unzione del corpo. La sua essenza sembra scaturire dal desiderio di avere una figura femminile nei panni del Cristo, un riferimento audace ma potente che svincoli l'adorazione cristiana femminile dalla figura tutto sommato passiva della madonna e la porti verso un ideale attivo, protagonista della fede cristiana. Fino ad occupare quello spazio tra i legni con un atto che molti santi uomini rifiutarono perché ritenuto superbo, un messaggio per dire alle donne cristiane che il loro ruolo non è solo sullo sfondo della rivoluzione religiosa, ma può e deve essere al centro del credo, in prima linea e nel reincarnare direttamente la passione del cristo.

Non è un caso che proprio Hieronymus Bosch, artista che ha esplorato con forza i limiti e i misteri più esoterici del cristianesimo, anche e soprattutto nelle suoi simboli più estremi, mistici e sui confini dell'eresia, gli dedichi il sontuoso "Trittico di santa Giuliana".




Tutte queste leggende si intrecciano, divergono e convergono intorno alla potentissima figura medievale della "Virgo fortis", che permea e attraversa i miti di Santa Liberata e dell'ancora più eterea e simbolica figura di Santa Wilgefortis, entrambe rappresentate leggendariamente come donne in croce. 




Nel caso di Wilgefortis, la leggenda prende le tinte addirittura di uno sconfinamento sessuale, quando la giovane santa, pur di non andare in sposa ad un uomo e conservare la propria verginità, viene esaudita nella crescita di una folta barba.






E non finisce, ovviamente, qui. La confusione tra i cristi "in gonnella" e le sante crocifisse è tale e tanta anche i miracoli attribuiti agli uni o alle altre si scambiano. in particolare, sia la santa barbuta che il Volto Santo di Lucca condividono il dono di una scarpa d'oro ad un violinista povero, gesto che ritroviamo proprio ad Ortona, nella celebre basilica di San Tommaso Apostolo, dove il Cristo dona con un gesto del piede nientemeno che un Graal ad un giullare che si esibisce per lui.


Queste leggende si intrecciano a loro volta con quelle dei crocifissi "vestiti", come ad esempio il Volto Santo di Lucca, che probabilmente generarono in passato grande confusione tra i fedeli rispetto all'identità di genere della figura crocifissa. Tale confusione venne in alcuni casi addirittura alimentata, probabilmente per far crescere la curiosità e l'interesse verso queste forme iconografiche: secondo alcune leggende Giulia venne infatti privata dei capelli e dei seni durante il supplizio, il che rafforza la credibilità di una sua rappresentazione con sembianze "maschili".




Una ulteriore parentesi su questo percorso è Santa Liberata da Como, altra entità legata da una parte alla crocifissione (leggenda vuole ch'ella salvò dal martirio in croce una donna nobile), e dall'altra alla protezione della maternità (ed è infatti spesso rappresentata con due bambini in fasce).



mercoledì 9 ottobre 2013

Cristi & Madonne

C’è dunque un remoto monastero del Kosovo, in una regione che - per una annosa disputa territoriale risalente ai tempi di Tito risolta a quanto pare con una memorabile partita a burraco - oggi appartiene formalmente alla provincia di Teramo.

Ci sono due persone che abitano il piccolo e remoto monastero. Essi sono un pretino di nome Champoluc e una suora di nome Laverda. Il loro compito è fissato nei secoli, così come il compito dei loro predecessori e quello di coloro che verranno.

Su un grande registro nero, a righe e colonne, Padre Champoluc annota, in scrupoloso ordine cronologico, tutte le bestemmie pronunciate nel mondo. E’ un lavoro lungo, meticoloso. Suor Laverda lo assiste, lo conforta, gli dà sprone nei momenti difficili.

Ogni bestemmia annotata viene dapprima classificata in base al peso, al volume, al numero di Avogadro ed alla legge per cui una bestemmia riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al numero di santi bestemmiati. Poi si identificano le categorie, secondo una precisa gerarchia che prevede i porchiddi, i cristi, le madonne, i santi, e tutta una serie di cosucce minori tipo lo spirito santo e il centravanti di alcune squadre di calcio.

Infine le bestemmie vengono geolocalizzate, ne viene specificato l’autore e i conseguenti diritti d’immagine, e vengono indicatate scrupolosamente le causali, con diciture del tipo: “spigolatura mignolino piede”, “smart in posteggio creduto libero” o “dichiarazioni politiche sulla prima casa”.

Nella sala dove lavorano Champoluc e Laverda campeggia una grande mappa mondiale con le Grandi Aree di Crisi indicate con bandierine di vari colori. Due bandierine scarlatte con un punto esclamativo campeggiano su Trieste e Livorno. Un’altra area di attenzione è su una remota tribu del borneo che utilizza come saluto abituale una frase idiomatica che coinvolge una banana, un bufalo incontinente, olio di palma e il dio supremo.

Durante il loro immane lavoro, i due religiosi incontrano numerose difficoltà, il triage è spesso difficile da stabilire, e spesso in caso di incidenti durante gli spurghi delle fognature o di cadute accidentali di grandi quantitativi di uova fresche nei magazzini si accumulano lunghe code di lavoro da smaltire nelle lunghe notti del Kosovo teramano.

A volte, il dubbio li assale. Perché tutto questo? Perché l’uomo sente il bisogno di dileggiare il proprio creatore? Come ci sentiremmo se un cracker potesse paragonarci ad un quadrupede? Che differenza c’è tra “porcodito” e una bestemmia? Pensate che Dio sia tipo Siri, che non capisca se non fate lo spelling esatto? Dubbi legittimi, umani, ai quali è difficile dare una risposta.

Quando Suor Laverda pone questi dubbi a Padre Champoluc, egli depone gli occhialini sul registro, si sfrega gli occhi stanchi dal lungo lavoro e spiega. 


“Vede, Suor Laverda, le bestemmie sono il contraltare della preghiera, fanno rumor intorno alle nostre figure di riferimento, è un po’ come taggare un amico ad un party in mezzo a giovani femmine piacenti: si lamenterà un po’ per essere stato nominato invano, ma nemmeno per 100 vite di candy crush andrà mai a staggarsi.”

Suor Laverda annuisce e replica. “Ma quindi, possiamo dire, le bestemmie sono un po’ lo spam di Cristo?”. “Certo”, risponde il sacerdote, “e noi siamo un po’ come le società di antivirus. Non esisteremmo senza la controparte. Non le nascondo, cara Suora, che in gioventù ho fatto parte di un gruppo di religiosi aventi il compito di immettere sul mercato alcune bestemmie particolarmente elaborate. Ricorda quella con Santa Lucia, il formichiere e il nano con la prostatite? E’ roba di quei tempi, i primi anni ‘60, la gente aveva bisogno di una guida. Nei paesi in via di sviluppo questo è ancora necessario.

Oggi, fortunatamente, in Italia ci sono giovani bravi e fantasiosi che svolgono egregiamente e in completa autonomia questo compito. Prenda quel giovane blasfemo là, quel Santamicone. E’ sotto osservazione, gli abbiamo assegnato un tutor. Ma ci fa lavorare, guardi qua, 476 righe di registro, e siamo solo al 9 di ottobre. Poi ci sono gli articoli sui giornali locali, i rosari, le chiacchiere sui social network. Se parte l’onda di vibrata protesta, potremmo anche arrivare a livello nazionale. Un bel boxino su repubblica, ci pensa, Suora? Non succede dai tempi di Gianni Minà.”

“Mi faccia capire”, sussurra pensosa Suor Laverda, “mi sta dicendo che la bestemmia è necessaria?”. “Beh, necessaria no, diciamo auspicabile. Avvicina i giovani alla religione, porta Dio e la Madonna nei ruoli più amati dal pubblico: animali domestici e femmine disponibili. E li moltiplica. Nella religione c’è un solo Dio, un solo Cristo, una sola Madonna. Nel coro della blasfemia, essi si moltiplicano, diventano Cristi & Madonne, ci si potrebbe fare un brand per l’abbigliamento casual, aspetti che me lo segno, registriamo il marchio prima che lo faccia qualche sodomita. Cristi & Madonne vicini alla gente, nei ruoli che sono dei loro delle loro madri, delle loro sorelle, dei loro padri, dei loro datori di lavoro. Un’idea di marketing dal potenziale impressionante.”.

“Capisco”, risponde la Suora, “ma non è scritto ‘Non nominare il nome di Dio, non nominarlo invano?”. “A parte che quello è De André, ma invano? Invano? Guardi qua, siamo a 84 su Klout. Ottantaquattro. E stasera ci arriva la Nutella personalizzata”. “Ma quindi è riuscito a farci scrivere quella cosa sul Papa? Quella cosa con…” “Sì” “Lei è un genio lo sa?” “Lo so, Suora. Dioarmadillo se lo so”.

domenica 6 ottobre 2013

Tempo

questo tempo
non mi appartiene
e non appartengo al mio tempo
sono forse parte del legno
o dell’ombra
e delle foglie notturne
mi nascondo come una ragnatela
come l’acqua che mormora
sotto la terra
sono la nuvola appoggiata alla valle
che si attarda dopo la pioggia

venerdì 4 ottobre 2013

Milano - Kythera 2013 (Terza Parte)



Quarta Tappa:  Kastoria - Atene

Lascio Kastoria in una bellissima giornata di sole. Un pellicano scivola sulla superficie del lago, qualche pescatore si aggira lungo le coste. Ad Atene mi riunirò alla mia dolce metà, è il mio pensiero dominante. Tanto che sbaglio uno svincolo autostradale e mi ritrovo sulla via per Salonicco. Me ne accorgo perché, dopo qualche decina di km mi ritrovo a pensare che il sole a quell'ora no, non dovrebbe proprio stare là.

Chiarito l'equivoco tra me e il sole, esco dall'autostrada e decido di tagliare per stradine secondare e intercettare nuovamente la via per Atene più a Sud, verso Karpero. Morale, perdo un sacco di tempo, ma mi perdo anche in scenari inusuali, tra valli, laghi, boschi, paesi minuscoli. Arrivato ad Elati, mi sento veramente disperso: la strada sembra finire nel nulla in un gruppo di case arroccate su un monte. Ma poi no, prosegue, con vedute spettacolari sulla valle di Aliakmonas e sul monastero di Zavorda.

Mano a mano, torno su strade sempre più ampie infine sulla statale 15, verso Kalampaka. Qui il panorama alterna basse colline e grandi foreste verdeggianti, ed il viaggio prosegue su vie piacevolmente ombreggiate dai platani. Poi, di colpo, la meraviglia. Dal nulla, quasi per miracolo, si stagliano nel cielo delle torri di pietra immense, più grandi di quanto lo sguardo riesca a commisurare. Il panorama è surreale, assurdo, fiabesco e mistico nello stesso tempo. Sono le Meteore.

Da Kalampaka scopro una via che si interpica tra i giganteschi torrioni di roccia, su cui si appoggiano come nidi d'aquila i vari monasteri. E' una vista mozzafiato, indimenticabile. Decido di spendere un po' del mio prezioso tempo per fare fotografie e completare il giro godendo di tutti gli scorci, gli affacci, le prospettive sulla magica Valle delle Meteore.

Poi, è ora di andare. Le strade scorrono veloci, poi l'autostrada, una lunga, faticosa, noiosa tirata fino alla capitale. Trovare il quartiere, trovare la via, trovare l'ostello, trovare un abbraccio. E la stanchezza è già tutta alle spalle.

mercoledì 25 settembre 2013

Senti

senti
ci ho pensato
voglio sposarti
ma non come quando ti ho detto
voglio sposarti
non che non lo volessi
ma lo volevo come una macchina
ora lo voglio
come una moto

martedì 27 agosto 2013

Milano - Kythera 2013 (Seconda Parte)


Terza Tappa: Mostar – Kastoria

Lascio Mostar in una giornata splendida. Le strade sono bellissime, il sole picchia già di primo mattino. Punto su Stolac e il confine montenegrino. Le strade rimangono perfette ma si arricchiscono di curve e tornarnti. 

Giunto in Montenegro, la maggiore sorpresa sono i bellissimi laghi subito prima di Nikšić, un panorama che ricorda quello del Connemara, e che visto dall’alto lascia senza fiato. Qualche foto e si riparte per Podgorica, ultima tappa prima dell’Albania.

L’ingresso in Albania costituisce un salto notevole, le strade peggiorano, e soprattutto si rivelano piene di insidie: rettilinei interrotti da buche enormi, giunti dei ponti saltati, dislivelli paurosi nell’asfalto, il tutto mai segnalato e in totale abbandono. Le strade abbondano di carretti trainati da asinelli e insieme da costruzioni moderne in stile Italia ’80. Tutto sembra vagamente riciclato, incompiuto, un tentativo non riuscito.

Fino a Shkodër è quasi tutta dritta, il traffico è spesso rallentato da grossi camion, e il caldo si fa sentire. Finalmente arrivo nella periferia di Tirana che mi lascia una impressione di profonda miseria e abbandono. Animali che circolano su strade luride, spazzatura ovunque, case sfasciate piene di gente in condizioni estremamente precarie, carcasse di ogni tipo di vettura, rottami e macerie come in una zona di guerra appena terminata.

Il centro di Tirana non è molto meglio, cerco di orientarmi per raggiungere la nuova superstrada per Elbasan. Finisco nell’immensa e deserta piazza centrale, poi tramite una serie di vicoli arrivo ad una rampa apparentemente abbandonata e da lì sulla superstrada, ovviamente deserta e in parte incompiuta, che mi porta con varie deviazioni su stradine locali fino ad Elbasan. Da Librazhd si sale attraverso una valle bellissima lungo il fiume Shkumbin e poi si scende di colpo verso il Lago Orhid, considerato uno dei più antichi del pianeta. Qui la strada termina di colpo in un sentiero sterrato percorso da camion e automobili con inenarrabili difficoltà. Superato il tratto sterrato, che rallenta ulteriormente il percorso, cerco di raggiungere in fretta il confine greco a cui arrivo dopo il tramonto. E' buio pesto, sono in mezzo a boschi fittissimi, e i cartelli che avvisano di restare in auto in caso di guasto a causa della presenza di orsi e lupi non aiutano il morale, ma finalmente intravedo la frontiera dove, superati i noiosi controlli, posso scollinare verso il lago di Kastoria.

Lo scenario cambia in fretta e mi ritrovo in una movimentata cittadina turistica sul lago. Sono le nove e mezzo di sera (compreso il cambio di fuso orario), devo trovare l’albergo. L’impresa si rivela complicata perché Kastoria è arroccata su un promontorio e le strade sono molto strette e spesso senza sbocco. Nessuno parla inglese (né tantomeno italiano), ma tra i gesti e i cartelli raggiungo la bellissima locanda a picco sul lago dove passerò la notte. Nella camera ci sono milioni di zanzare minuscole, che però fortunatamente cadono tutte stecchite all’istante nel momento in cui accendo il fornelletto. Risolto anche questo inconveniente posso fare una doccia e prendermi il meritato riposo. Ho percorso più di 600 km da questa mattina, di cui più di 30 in mezzo ai sassi e alle buche. Non fatico ad addormentarmi, pensando che domani sarà tutto più semplice, sulle autostrade greche per Atene.

lunedì 26 agosto 2013

Milano - Kythera 2013 (Prima Parte)


Parto direttamente dall’ufficio. Due borse laterali, uno zaino con la macchina fotografica. Milano-Atene, e poi Kythera. Per Atene ho tre giorni di tempo. Sono le 17.

Prima tappa di avvicinamento: Milano-Trieste.

Il viaggio in autostrada è esattamente noioso come te lo aspetti. Fino a Venezia si resiste, dopo è sfinimento, crepuscolo, umidità e foschia. Arrivo ad Opicina alle nove e mezza di sera, è già notte. Trieste si dispiega sotto di me con le sue luci azzurre e bianche, pochi tornanti e sono a casa di amici. Si mangia (pasta al pesto, naturalmente), e si dorme con in testa la partenza vera, l’indomani.

Seconda tappa: Trieste-Mostar.

Statale per Rijeka. 40 km di coda mi attendono, con la moto si passa ma a fatica. A Rijeka ho già la schiena a pezzi, il traffico diminuisce e aumenta la bora. Decido di fare la costiera per godermi il mare e le isole della Dalmazia: per un po' funziona, riesco anche a pranzare a base di calamari ripieni appena pescati, ma poi si rivela un errore: il vento rinforza con raffiche da 100kmh, finché vengo fermato da un sedicente poliziotto (a parte la divisa nulla lo rendeva riconoscibile, auto civile, amico in ciabatte e motorino) che mi commina 37 euro di multa perché la costiera è chiusa al traffico per le moto con vento forte (?). Mi consiglia di proseguire nell’interno, cosa che faccio ed effettivamente risulta una buona idea. A parte il freddo (21 gradi dai 30 della costa), si va via veloci, tra le tante cascine abbandonate dopo la guerra, i segni del conflitto ancora visibili sulle facciate di certe case, i bunker, i monumenti ai caduti, fino al confine bosniaco. Il passaggio in Bosnia è una sorpresa, l’apparenza è di un paese più ricco del sud della Croazia, con belle strade, ristoranti di lusso, parecchie automobili nuove e case molto curate.

Mostar mi appare in fondo ad una vallata come una città caotica e triste, un po’ nordafricana e un po’ post-sovietica. Interi palazzi sono stati lasciati volutamente (spero) sventrati dai bombardamenti, e danno ai viali del centro un’aria un po’ lugubre. Il mio B&B da ben 25 euro a notte è vicino al centro storico, cerchiamo di capirci a gesti con i proprietari che non parlano inglese, ma sono molto gentili. Mentre mi riposo prima di cena, il canto del muezzin supera dolcemente i rumori della sera che va animandosi per le viuzze sottostanti: mi ricordo che sono in un paese a maggioranza mussulmana, anche se c’è una chiesa e si beve e si veste come in una qualunque località turistica mediterranea.

Esco a fare una passeggiata e per vedere il famoso ponte ricostruito dopo la guerra e mi ritrovo nel cuore medievale di Mostar, tra le vie di pietre liscissime e i mille negozietti di artigianato e souvenir. E – sì – ci sono i souvenir della guerra: il carroarmatino, la bombetta, la minetta antiuomo, tutto fa brodo. Il giro si conclude con il passaggio sul ponte e una cena fatta di una birra e un pacchetto di biscottini locali. Quindi, il riposo in attesa della tappa successiva, che è attesa come la più massacrante del viaggio. Google dice 10 ore e 30, e non mi sento di contraddirlo.

domenica 28 luglio 2013

Ero solito

ero solito guardare le nuvole
queste grandi pecore lente

sbuffare nei cieli estivi
ero solito contemplare gli orizzonti
la maestà delle colonne bianche
intorno al tempio delle foreste
ero solito ascoltare i fiumi
il loro pianto dirotto e sterminato

il vento mi raccontava la paura
con umide parole
rotolate sui prati

lunedì 8 luglio 2013

Un posto

c’è un posto dove sto
prima del sonno
un posto di vento e torri bianche
un posto di cielo e rami
un posto di sole in mille pezzi
e rane e cicale
un posto dove si affaccia il respiro di un dio
ma non può entrare
un posto dove siamo per sempre al riparo
e con le mani a capanna
facciamo che è casa

martedì 4 giugno 2013

Breve

dorme
andrò da lei
è stanca
incazzata
si girerà, annoiata
ma starò lì
vicino a lei
come una allodola
o un segnalibro

lunedì 20 maggio 2013

C'ero una volta

a volte vorrei
che fosse l’era del legno
che la sera guardassimo cardare
la lana acerba
che fossimo bambini insieme
vederti tenere un uovo chiaro
tra mani piccole
a volte vorrei correre con te
tra i filari di granturco
guardarci le piccole ferite
e imparare le erbe
vorrei che tu colmassi ogni mia solitudine
che consolassi quel bambino sperduto
attonito sotto l’azzurro violento
dei cieli di luglio
sempre in ascolto del vento cattivo
che sospira tra gli aghi di pino
e porta l’aria del lupo
che ti prende alle spalle

lunedì 8 aprile 2013

Andando

Potevamo andare a Saint-Malo
farci sposare dai gabbiani
se non erano troppo impegnati
a litigare col vento
Potevamo allora essere ad Ostuni
sulle pietre scavate dal sole
farci sposare dai fichi d’india
con un pubblico di ulivi seri 
piantati nella terra rossa
o sui tufi di Pitigliano
che sembrano di cannella
o davanti alle colline delle favole
intorno alla Piana di Castelluccio
Sulla piazza di Lucca
mentre cade un temporale
o sulla Piazza Grande
sotto un Nettuno in profilo da cartolina
o a Tourettes-sur-Loup
che vende le sue violette ai turisti
o a Gourdon, o Antibes
se preferisci il mare
Al Malpasso, o a Splügen
coi suoi giardini di gerbere
davanti alle baite nere
Al Vitra, o a Notre-Dame du Haut sui prati
o alla Hague lontana e disperata
protesa alla fine del mondo
pensando all’Ecalgrain
che ci lasciò senza fiato
o a Trieste sotto la neve
dove non si stava in piedi
o al Pulo di Altamura
con la volpe che ti regge il velo
o ad Argentine, Lyon, Rennes, Cancale,
Étretat, Reims, Avranches,
la Pietra di Bismantova, Riva del Garda,
Trento, Grosseto, Modena, Milano,
Roma, San Giulio, o il Pianaccio, ti ricordi, 
con la locande delle sorelle strane
O in qualche posto in cui non siamo stati
potevamo sposarci andando
perché non c’è niente di meglio
che andare verso qualcosa 
con te

domenica 24 marzo 2013

Viaggiando

chissà dove va
il mio mondo di paesi e polvere
quando piove
chissà dove sono adesso
l’odore amaro del grano
le risaie i mattoni
i castelli di nuvole all’orizzonte
mentre corro sul filo
tra un colore e l’altro
chissà dove sono
in questa domenica di pioggia
i papaveri sul ciglio
di strade bianche e dormienti
all’ombra dei pioppi
chissà se potrò portarci l’amore
all’ombra di quei signori stanchi
mentre il cielo urla di azzurro
tra le torri dei cumulonembi
chissà se un giorno ci fermermo
sul bordo di un roggia parlante
e riuscirò a dirti ti amo
nella lingua delle rane e dei pesci
chissà se potrò sposarti lì
tra la parietaria e le spighe amare
e tu saprai della mia terra
e della mia nostalgia infinita
verso qualsiasi orizzonte
chissà se faremo uscire
quello che ci scorre nel cuore
come i contadini inondano i campi
aprendo i canali
chissà se il sole lugliengo
asciugherà i nostri pianti
come appassisce l’uva
sotto i pergolati
chissà se ci ascolteremo davvero
mentre le falene impazzite
giureranno la parola magica
che accende lucciole e stelle
venere riderà in mezzo al tramonto
come un anello d’oro
il convolvolo si aprirà alle sfingi
e saremo finalmente a casa

sabato 23 febbraio 2013

Indietro

forse tu hai i ricordi giusti
io vedo tutto dietro un vetro molato
la mia felicità è sempre altrove
sempre in qualche luogo del passato
ora siede in un angolo di un ristorante verde
come una bambina impaziente
i cui piedi dondolano dalla sedia
senza toccare il pavimento
ora è vento sul mare asciutto
in un tramonto allucinato
ora è pietra, ora è legno consumato
ora è una curva di strada
ora una finestra squadrata
appannata dal fiato
ora è l'erba dura di un prato
ora è fuoco e fumo
ora è l'acqua di un grande fiume
su cui scorrono barche distratte
piene di villeggianti
cerco di portare qui il mio cuore
ma scappa cavalcando i mesi e gli anni
ora dorme sul fondo di un lago
e non c'è niente
che lo possa svegliare